Invia a un amico










Inviare

La Granfondo Giordana, raccontata in prima persona, in esclusiva per bicilive

Aprica – 22 giugno.
La Granfondo Giordana è una di quelle gare che non puoi correre se non ti sei allenato bene, e soprattutto è una di quelle gare che non puoi fare, se non ami le salite. Ci sono ascese che qualunque ciclista granfondista deve avere nel suo palmarès.
Qui, in un sol colpo, ne porti a casa almeno un paio. E che paio.
Il percorso lungo della Granfondo Giordana, che mi accingo a fare, misura ben 175 km e 4.500 metri di dislivello. E, soprattutto, prevede in serie: Gavia, Mortirolo e Santa Cristina. Tre monumenti sacri del ciclismo.
Proprio sul Mortirolo, Marco Pantani staccò tutti nel ’94, andando a vincere una tappa epica. Sul Gavia c’è passato il Giro un mese fa.

colore07

Foto di GF Internazionale Giordana

Dopo una viglia passata con quel misto di tensione ed eccitazione tipiche di ogni vigilia, mi appresto ad entrare in griglia, posta nella centralissima via Roma.

È mattina presto, il cielo è nuvolo, ma le previsioni dicono sole. E io ho deciso che ci credo.
Alle 7:30 in punto, il via.
Si parte subito in discesa: ingrano il 50 e mi getto, con cautela, nella insidiosa e stretta discesa che porta dall’Aprica ad Edolo. Assieme ad altri 3 mila cicloamatori.
A Edolo, passati sotto una galleria, si imbocca la statale che conduce verso Ponte di Legno.

La prima asperità di giornata

Il Gavia, alto 2621 metri– parte proprio da lì e misura ben 17 chilometri, con un pendenza media del dell’8%, massima del 15%.

Una salita lunga, in cui occorre sapersi gestire. Soprattutto dopo i duemila metri di quota: dove l’ossigeno si fa più rarefatto.
Dopo una prima parte nel bosco, la salita si apre.
La vegetazione cessa. E lo spettacolo ha inizio.
Da una parte i ghiacciai dell’Adamello dall’altra le vette acuminate di neve del passo.
Solo questa visione – penso – meritava la partecipazione a questa granfondo.
Il Gavia è un luogo inospitale e selvaggio. Di quelli per ciclisti veri.

Una volta in vetta, è la neve, ovunque, a farla da padrona, con scenari da maggio inoltrato più che da giugno. Uno spettacolo nello spettacolo.
Agguanto una banana al volo, indosso la mantellina in goretex e mi getto nella lunga discesa fino a Bormio. Oltre 25 chilometri.

Da lì mi aspetta un lungo tratto di falsopiano e controvento: trovo un gruppetto veloce e in men che non si dica raggiungiamo, a suon di cambi regolari, l’abitato di Mazzo.

Laddove inizia il “Mostro”: il Mortirolo.

12 km, con pendenza media del 10,5 % e massima del 18%. In 12 chilometri si fanno, pensate, più di 1300 metri di dislivello: sembra di andare in ascensore.
Ingrano il 29, il pignone più grande che ho, e salgo cercando di andare su il più regolare possibile. Senza strafare.
Una parola. Ben presto mi accorgo infatti che qui la lotta è tra il mettere piede a terra e tenere stretti i denti spingendo e facendosi largo tra i numerosi ciclisti che procedono a zig-zag.
Dopo un iniziale momento di sconforto, salgo però bene, trovo il ritmo e controllo la fatica.
In un’ora e ventidue minuti sono in cima.

Mi fermo al ristoro, sgancio i pedali e mi rifocillo a dovere. Ottime e provvidenziali banane, frutta secca e altri alimenti dolci forniti dall’altrettanto ottima organizzazione, capitanata dal vulcanico Vittorio Mevio.

Dalla cima del Mortirolo mi aspettano circa venti chilometri in costa, e poi la discesa fino all’Aprica. Una strada bellissima, immersa nel bosco prima e poi aperta, a tratti sulla Val Camonica, a tratti sulla Valtellina. I due scenari di questa splendida granfondo.
Il fondo stradale è dissestato, per il lungo e piovoso inverno, e mi costringe alla massima attenzione: una foratura adesso manderebbe all’aria la giornata quasi perfetta.

Gruppo34

Foto di GF Internazionale Giordana

Giunto all’Aprica, dopo 150 chilometri, passo davanti al traguardo e, con un brividio, taglio a destra, seguendo le indicazioni per il Percorso lungo.

Mi aspetta l’ultima fatica: il Santa Cristina.

7 chilometri con una pendenza media dell’8,5% e massima del 16%. Ancora una volta una salita per cuori forti.
Resisto con il coltello tra i denti e agguanto il GPM. Ormai ci sono.
Da qui al traguardo – quello vero, stavolta- mancano 6 chilometri. Tutti in discesa.

Taglio il traguardo, e mi sorprendo ad alzare le braccia al cielo.
Un gesto che molti amatori conoscono: chiunque arriva, qui, si sente primo.

In fretta – mi aspetta il lungo rientro in auto a Milano – riconsegno il transponder che ha preso il mio tempo all’organizzazione e felice come un bimbo mi avvio verso l’hotel con la luce del Gavia ancor negli occhi.

A proposito dell'autore

Classe '72, scrittore, giornalista, blogger: le sue "Confessioni di un ciclista pericoloso" sono uno dei blog più letti dai ciclisti milanesi. È stato direttore editoriale di Bike Channel, il primo canale dedicato al ciclismo in onda su Sky ed è autore di 2 libri: "Il carattere del ciclista" (Utet 2016, in uscita nel 2017 anche in Olanda) e "Ma chi te lo fa fare – Sogni e avventure di un ciclista sempre in salita" (Fabbri 2014). Socio di UpCyle, il primo bike cafè restaurant d’Italia, soffre di una dipendenza conclamata per le salite alpine sopra i 2000 metri.