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È stato il ciclismo la “vera” sorpresa di queste Olimpiadi di Rio 2016. Diciamolo francamente. Il ciclismo, uno sport tradizionalmente “minore” ai Giochi, entrato per la prima volta nel programma delle Olimpiadi nel 1896 e diventato uno dei cinque sport sempre presenti. 4 le discipline: strada, pista, MTB e BMX. Così anche a Rio.

Gruppo di ciclisti su pista

Quest’anno il ciclismo olimpico ha però sorpreso tutti, regalando emozioni, gioia e divertimento come da anni non capitava. Credo sia stato il vero sport rivelazione di queste Olimpiadi appena concluse. Un bel messaggio per chi in bicicletta ci va, come noi, ogni giorno.

Vedere Sagan, il campione del mondo su strada, gareggiare in MTB, contro ogni programma è già di per sé emozionante. Divertirsi davanti alle acrobazie dei ragazzi BMX come fossero al parchetto sotto casa e ipnotizzarsi davanti ai sufi della pista anche di più. E che dire dello straordinario scenario, tra palme, grattacieli e tornanti strettissimi della prova maschile su strada?

Insomma, il ciclismo a queste Olimpiadi è stato uno spasso. Una ri-scoperta della bellezza di un sport semplice che chiede solo due ruote e il ragazzino che c’è in noi. Ah, se lo aveste perso, cercate di ritrovarlo: dopo Rio muore dalla voglia di pedalare.

Ecco allora 5 considerazioni, in ordine sparso. Anzi, 5 emozioni. Direttamente da Rio. Direttamente dal cuore. Enjoy.

1. Strada: Nibali o il Libro della Giungla

Welcome to the Jungle. Prova in linea su strada maschile, Rio de Janeiro. Nibali doveva (e voleva) vincere. Aveva messo da parte ogni velleità al Tour de France, per queste Olimpiadi di Rio. Aveva provato e riprovato il percorso, lo conosceva a memoria.

Sapeva di quelle curve strette prima del gran finale, sapeva di quelle salite ripide in mezzo alla metropoli, dove cercare di staccare tutti per giungere al traguardo da solo: in volata se lo sarebbero mangiato.

E forse non ci sarebbe riuscito comunque: Henao e Majka non lo mollavano e forse era anche troppo stanco per resistere alla rimonta di Greg Van Avermaet (il vincitore finale). Eppure Vincenzo meritava di provarci. Per come aveva condotto la gara sin lì nella selva di palme e grattacieli, lungo i viali alberati davanti alla spiaggia.

Uno scenario tropicale, mozzafiato, inconsueto per il ciclismo cui siamo abituati. Eppure, proprio per questo suggestivo e affascinante. Tornando a Nibali, brutta caduta in discesa, proprio lungo uno di quei tornanti dall’asfalto viscido e dal cordolo alto come il Pordoi. Addio sogno olimpico.

All’Italia resta il 6° posto di Fabio Aru. Peccato, perché la corsa era stata ben congegnata e condotta, con un ottimo lavoro di squadra. Ripeto: peccato.

2. Strada: Elisa Longo Borghini, la Vie en Rose

Ri-Welcome to the Jungle. Prova in linea femminile. Per fortuna dopo la delusione Nibali, c’è subito l’occasione per rifarsi. E parla rosa. Elisa Longo Borghini fa una corsa perfetta, seguendo proprio i consigli di Vincenzo, caduto sullo stesso tracciato qualche ora prima.

“Ci siamo sentiti al telefono, mi ha detto di stare attenta in discesa, come affrontare quei tornanti maledetti”. E lei lo prende in parola: attenta nella fase iniziale, coraggiosa all’inizio della discesa di Vista Chinesa, strategica nel finale. La vittoria è dell’olandese Anna Van der Breggen. Ma Elisa è bronzo.

Sarà il nostro primo podio ciclistico a Rio. I giornali si riempiono di rosa. Un nome, quello di Elisa, che sa di fatica, umiltà e sorrisi. La sua foto sul podio, i suoi occhi lucidi, sono da bacheca per qualunque donna pedali.

3. Mtb: Sagan, Fontana e la sfiga

Prova Maschile di MTB. Alla sfiga non c’è limite. Vince lo svizzero Nino Schurter (già terzo a Pechino 2008 e secondo a Londra 2012), autore di una gara ineccepibile, sempre all’attacco. Niente da dire, per carità. Ma le vere emozioni e il cuore che palpita ce lo hanno offerto Peter Sagan e il nostro Marco Aurelio Fontana.

“Strategia? Partire forte e poi andare ancora più forte”. Così si presenta il “guascone” Peter Sagan alla stampa. E pazienza se non c’è riuscito, se forature e problemi meccanici l’hanno costretto alla resa, quando stava là a giocarsela, per arrivare, chissà, magari nei primi 10. Sarebbe stato un mezzo miracolo. Grazie lo stesso, Peter, ci hai ri-fatti innamorare del ciclismo.

E grazie anche al nostro Marco Aurelio Fontana, bronzo ai giochi di Londra 2012 e solo 20° qui a Rio. Marco è stato sempre all’attacco. Al primo giro là a giocarsi il podio con i migliori, poi 3 forature (quasi un record!) e altri problemi e addio medaglia. Bilancio finale: buon 7º posto per Luca Braidot e 19° posto per Andrea Tiberti. Emozioni sfigate.

4. Pista: Viviani, l’Omnium dei popoli

Mark Cavendish lo guarda con la coda dell’occhio, lo chiude verso l’interno e lo manda gambe all’aria. Brutta caduta. Per Elia Viviani potrebbe essere il ko. L’ennesimo di una carriera. E fine dell’Omnium, prova su pista che raccoglie 6 differenti specialità. Praticamente un massacro.

E invece no. Tutt’altro. Anzi la caduta (ingiusta) lo ringalluzzisce. E i muscoli di Mark Cavendish non lo intimoriscono affatto. Anzi, se possibile, la sola vista del britannico lo eccita: vuole restituirgli pan per focaccia. E allora con una prova magistrale, dopo tanto soffrire, Elia Viviani conquista l’oro nell’Omnium su pista, in mezzo a nomi ben più blasonati (oltre al già citato Cavendish, Lasse Norman Hansen).

A Elia non era andata giù la sconfitta alle Olimpiadi 2012 di Londra (sesto posto, dopo essere stato primo). Voleva la rivincita. E ha puntato tutto su Rio. L’ultimo dei 6 atti in programma nella spettacolare specialità “all around” è stato così un piccolo capolavoro. Dalla caduta, a metà, alla rinascita in poco-niente.

Con gli ultimi 10 giri che sono stati una passerella. Pianto, bellissimo, finale in mondovisione. In quanti di noi, grazie a Elia, abbiamo ritirato fuori la bici da pista? Pelle d’oca.

5. Cronometro: Cancellara, la Locomotiva di Rio

Che la “Locomotiva di Berna” volesse chiudere la carriera col botto lo si sapeva. Che lo avrebbe fatto a Rio con una prova sontuosa non era chiaro a tutti. La classe e la forza con cui Fabian Cancellara domina la prova a cronometro maschile sono da monumento del ciclismo.

Essì che il percorso non era esattamente adatto alle sue caratteristiche. Essì che la forma e gli acciacchi (ahi, l’età!) lo rendevano apparentemente più fragile. Parte piano “Spartacus”, non spinge come al solito, sembra sia un lento eclissarsi. Poi a metà percorso cambia tutto.

Cancellara ingrana i rapporti più duri e non ce n’è più per nessuno. Sbriciola i secondi, frantuma il tempo, sconquassa gli avversari, sotto la sua lancia affilata. 1:12:15,42 il suo tempo finale. Semplicemente mostruoso, un capolavoro che corona una carriera epica (3 Roubaix, 3 Giri delle Fiandre, per tacere del resto).

È il bis, per Fabian Cancellara, dopo Pechino 2008. Un oro che vale le lacrime da guerriero sfinito. Signori, standing ovation.

A proposito dell'autore

Classe '72, scrittore, giornalista, blogger: le sue "Confessioni di un ciclista pericoloso" sono uno dei blog più letti dai ciclisti milanesi. È stato direttore editoriale di Bike Channel, il primo canale dedicato al ciclismo in onda su Sky ed è autore di 2 libri: "Il carattere del ciclista" (Utet 2016, in uscita nel 2017 anche in Olanda) e "Ma chi te lo fa fare – Sogni e avventure di un ciclista sempre in salita" (Fabbri 2014). Socio di UpCyle, il primo bike cafè restaurant d’Italia, soffre di una dipendenza conclamata per le salite alpine sopra i 2000 metri.