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Milano-Sanremo e ciclismo italiano: fra tradizione, marketing e necessità (vitale) di un cambiamento

Domenica 23 marzo torna la Milano-Sanremo, la classicissima di primavera. Quella che, pur in un ciclismo che non conosce più soste, apre di fatto ancora le danze.
Strade Bianche, Roma Maxima e Tirreno Adriatico non ce ne vogliano (anche perché, soprattutto le prime due – lo abbiamo appena visto – crescono bene), ma la Sanremo è di un altro livello.
Troppo prestigiosa e blasonata per parlarne come di una gara qualunque.
Una sorta di monumento sacro, intoccabile, da venerare a prescindere.
La domanda però è proprio questa: siamo sicuri che, nella realtà, la Milano Sanremo sia ancora quella corsa lì?
E, più in generale: siamo sicuri che il ciclismo italiano su strada (Giro in primis) sia ancora quel ciclismo lì?

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Andiamo con ordine. Partiamo dalla Sanremo

Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini dell’edizione 2013. Quando la neve sconvolse brutalmente il programma e le strategie di squadre, team manager e ciclisti.
Un’improvvisa nevicata, quel giorno, aveva costretto gli organizzatori a neutralizzare prima il tratto tra Ovada, passo del Turchino e Arenzano, poi ad annullare anche la salita delle Manie. Le condizioni di sicurezza non erano garantite, né per i corridori né per i mezzi al seguito. Persino i motociclisti, in quell’occasione, soffrirono le pene dell’inferno.
Le foto, postate in diretta via Twitter dai ciclisti sugli autobus di squadra, erano inquietanti: mani ghiacciate, caschi coperti di neve come fossero pandori con zucchero a velo, occhi intontiti, sguardi persi nel vuoto. Drammatico. Difficile da dimenticare.

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Bene, quest’anno la situazione non sembra di molto cambiata

Certo, non siamo ancora al giorno della gara, magari non nevicherà (ce lo auguriamo) e le previsioni del tempo non le conosciamo ancora. Eppure il meteo ha già detto la sua.
Mandando puntualmente tutto all’aria.
Gli organizzatori, per l’edizione numero 105, avevano previsto una salita nuova proprio nel finale: la Pompeiana (al posto delle Manie). 5 km con pendenze sopra il 10%. Una ascesa tosta, per scalatori veri e anche relativamente lunga.
Una salita così era in grado, da sola, di cambiare il volto di una gara intera.

A tagliare la testa al toro ci ha pensato lui. Il meteo

Niente Pompeiana. Niente novità: le piogge cadute durante i mesi di gennaio e febbraio hanno provocato una serie di smottamenti sulla strada, fino a renderla del tutto impraticabile. Si torna quindi all’antico: al tracciato del 2007 (quello senza le Manie).
Molti, troppi forse, hanno tirato il fiato: secondo costoro la Pompeiana avrebbe infatti snaturato l’indole, il DNA della Classicissima di primavera. Una corsa che non doveva e non poteva essere per scalatori. Per decreto divino.

A mio avviso, invece, La Pompeiana, avrebbe rappresentato una bella novità

Gli organizzatori avevano fatto bene a prevederla osando cambiare la tradizione.
Prova ne è già il gran parlare, polemico o no, che si è fatto nei mesi successivi all’annuncio: la Sanremo era improvvisamente ritornata alla ribalta. Se ne era discusso a destra e a manca. Come non accadeva da tempo.
Una salita dura e lunga nel finale avrebbe reso infatti la corsa ben diversa dal passato e decisamente più imprevedibile. Nonché – piccolo particolare che non guasta – televisivamente più spettacolare.
All’improvviso infatti avrebbero potuto dire la loro, magari con uno scatto d’altri tempi, ciclisti che mai una Sanremo avevano potuto solo pensare di vincerla. Gente come Gilbert, Nibali, Rodríguez, Valverde, per citarne solo alcuni.
La Pompeiana sembrava dunque promettere un finale scoppiettante e aperto.
Non credo fosse un male.

È vero: era una scommessa rivoluzionaria

Ma in fondo – e qui sta il punto – che cosa avremmo avuto da perdere?
I numeri del nostro ciclismo sono sotto gli occhi di tutti: in pesante calo. Siamo sempre più incapaci di attrarre le nuove generazioni e, ahimè, richiamare nuovi sponsor. Che cosa mai sarebbe successo se avessimo messo un po’ di pepe in una corsa da anni uguale a se stessa?

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Continuare a ripetersi che siamo “il” Paese del ciclismo e che quindi guai a cambiarci di una virgola, non credo aiuti

Anzi, penso ci abbia proprio tenuto fermi e immobili. Per troppo tempo.
Mentre gli altri (in Europa e non solo) ci superavano.
Guardando all’estero, se fossimo umili come la situazione richiederebbe, di lezioni da prendere ne avremmo parecchie.
Sto pensando, ovviamente ai francesi: ai loro sforzi (premiati) per rendere sempre più attraente il Tour de France, sforzi soprattutto in termini di marketing e comunicazione, parole che da noi si fa ancora fatica ad accostare al ciclismo.
Ma penso anche agli inglesi, con il Tour of Britain e le corse su pista: anche loro hanno qualcosa da insegnarci, da loro la bici, ne abbiamo già parlato, sta vivendo un autentico boom, è ormai un modello comportamentale, non solo uno sport.
E che dire del Tour of Oman e del Giro del Qatar? Piccole gare, ma anche “prodotti” ottimamente confezionati: eventi in grado di attrarre turismo, sponsor e business.

Eppure sembra che noi queste lezioni non le vogliamo, non dico prendere, ma nemmeno ascoltare. Insegnare a noi italiani come si fa il ciclismo? Stiamo scherzando, vero?
No, secondo me non stiamo scherzando.

Io dico che se non ci facciamo un bel bagno di umiltà e non impariamo in fretta, rischiamo di diventare una nazione, anche ciclisticamente parlando, di serie B. E, francamente, non se ne sente il bisogno.
E allora proviamoci. In fondo ne vale della nostra tradizione.

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A proposito dell'autore

Classe '72, scrittore, giornalista, blogger: le sue "Confessioni di un ciclista pericoloso" sono uno dei blog più letti dai ciclisti milanesi. È stato direttore editoriale di Bike Channel, il primo canale dedicato al ciclismo in onda su Sky ed è autore di 2 libri: "Il carattere del ciclista" (Utet 2016, in uscita nel 2017 anche in Olanda) e "Ma chi te lo fa fare – Sogni e avventure di un ciclista sempre in salita" (Fabbri 2014). Socio di UpCyle, il primo bike cafè restaurant d’Italia, soffre di una dipendenza conclamata per le salite alpine sopra i 2000 metri.