Questo è un racconto di un giro lungo il Danubio in bici. Non da solo, ma con il fedele Raul, il mio boxer

Il precedente racconto su com’è una vacanza con il proprio cane ha destato parecchio interesse. Ora vorrei scendere nello specifico e raccontarvela dal punto di vista turistico.

Il Danubio è considerato il fiume europeo per eccellenza. Con i suoi 2.800 km di corso, è nel nostro continente secondo solo al Volga; a riprova del suo europeismo bagna ben dieci nazioni. A lui appartengono alcuni primati. Tra i più curiosi vi è quello di vantare due sorgenti: una plebea e l’altra patrizia.

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Come fa un fiume ad avere due sorgenti?

A Donaueschingen, nella regione tedesca della Foresta Nera, si individuò fin da tempi remoti il rivolo da cui sgorga quel grande fiume. La potente famiglia principesca dei Fürstenberg incorporò nel proprio giardino il buco del terreno da cui il Danubio inizia la sua corsa verso il Mar Nero e, peccando di signorile prepotenza, fece della sorgente proprietà sua. A moderare questo sopruso i giardini sono aperti e visitabili da tutti, ma gli orari sono graziosamente decisi dai principi che, volendo, da un momento all’altro potrebbero interdire l’accesso. Questa appropriazione venne punita dal destino. La scienza scoprì che il fiume in realtà nasce da una fontanella naturale, trenta chilometri a monte, poi si inabissa sottoterra e ricompare nel giardino dei Fürstenberg, i quali – ben gli sta! – quindi non posseggono la vera sorgente, ma solo il punto in cui il “nostro” fiume riemerge in superficie dopo avere giocato al “piccolo speleologo” per una trentina di chilometri. I nobili prìncipi non si rassegnarono allo smacco (se no che prìncipi sarebbero?) e preferirono ripiegare su un’accomodante definizione di sorgente doppia, quella nel giardino patrizio e quell’altra plebea.

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Io, tutti i repubblicani democratici come me e anche la geografia ufficiale, per fortuna, riaffermiamo con forza che l’unica vera fonte da cui nasce ufficialmente il Danubio è quella plebea.

A partire da Donaueschingen, la discesa del Danubio è accompagnata da deliziose ciclabili, quasi sempre interdette al traffico automobilistico. Questa pacchia dura pressoché con continuità fino a Vienna, ovvero dopo 950 chilometri di paesaggi e ambiente naturale incantevoli. Il percorso è segnalato con meticolosità teutonica, alternando tratti sulla sponda destra ad altri su quella opposta. Spesso la ciclabile è presente contemporaneamente su entrambi i lati del fiume; numerosi ponti consentono il passaggio di qui e di là; le attrattive turistiche, storiche, naturalistiche, architettoniche sono sempre raggiungibili per una visita.

Si corre spingendo dolcemente sui pedali, mentre il fiume, che diventa via via sempre più grande e maestoso, scorre a sua volta placido, dando l’impressione di aiutare a spingere la bicicletta. È uno spettacolo fermarsi a osservare il lento scivolare sull’acqua di immense chiatte, cariche di ogni merce, ricordandoci che il Danubio è una delle più importanti vie fluviali della vecchia Europa.

Quando le gambe o il “lato B” cominciano a protestare, ci si ferma in accoglienti gasthaus affacciati sul fiume, dove l’offerta di una buona birra e, per i golosi, di deliziosi dolci è immancabile. Siamo nella fascia di Germania e Austria dove le monumentali torte alla panna e al cioccolato regnano sovrane e quando uno, intimorito dall’opulenza di fette grondanti panna, ripiega su più modeste porzioni di strüdel, quasi mai ha da rimpiangere la scelta fatta.

I turisti amanti della storia e dell’arte hanno di che gioire. Queste sono le zone dove il barocco ha conosciuto le espressioni più alte e le visite ad abbazie, chiostri, chiese sono un riposo per i muscoli e una delizia per gli occhi. Vi sono poi gli attraversamenti di città d’arte come Ulm, Regensburg fino a Passau al confine tra Germania e Austria, dove i fiumi Inn e Ilz confluiscono nel Danubio, con una scenografia naturale unica al mondo. Più avanti, in terra Austriaca, si incontra Linz e poi l’agghiacciante Mauthausen, che merita una silenziosa, riflessiva visita al famigerato campo di concentramento. Si prosegue tra paesetti inframmezzati da vigneti e da frutteti. Quando poi si entra nella meravigliosa atmosfera di Vienna, il Danubio sembra ondeggiare al ritmo dei valzer di Strauss.

Non dimentichiamoci del cane. Come si poteva conciliare visite a siti culturali con un quadrupede che, recita il detto, sarebbe stato “scacciato come un cane in chiesa”?

Se l’animale in questione fosse stato Raul non ci sarebbero stati problemi. Semplicemente avrei ordinato al mio fedele compagno a quattro zampe di starsene nel carrellino e (all’inizio mi stupivo anch’io) mi sarei potuto godere la visita anche per venti minuti (di più non mi sono mai azzardato), senza sorprese all’uscita. Lui si limitava a scodinzolare felice, perdonandomi immediatamente per il temporaneo abbandono.

Nel tratto bavarese (dopo Ulm fino a Passau è tutta Baviera), si hanno testimonianze della magnifica follia di Ludwig II, il re che nell’800 fu il mentore di Richard Wagner e l’ideatore di meraviglie architettoniche. Una su tutte è il Walhalla, un tempio neo-dorico ispirato al Partenone che il visionario Ludwig fece costruire su una collina nei pressi di Regenburg (Ratisbona). L’altura domina il Danubio e il tempio fu eretto per ospitarvi busti e lapidi commemorative di personaggi di spicco della storia e della cultura tedesca.

La visita a questo incredibile monumento è imperdibile e anch’io, con tanto di carrellino al seguito, non potei sottrarmene, sobbarcandomi la non agevole ascesa in cima al colle. In salita il trabiccolo che mi trascinavo dietro diventava una zavorra pesantissima, al netto del fedele Raul, che obbligavo a scendere non appena la strada accennava a cambiare inclinazione a mio sfavore. Dalla cima potei ammirare l’austera successione dei colonnati, i capitelli, i fregi e, all’interno del tempio, i busti, i medaglioni, le iscrizioni dei numerosi personaggi che fecero la storia tedesca nei secoli. Soprattutto potei ammirare la vista mozzafiato su tutta la valle del Danubio che da quell’osservatorio spazia da est a ovest lungo tutto l’orizzonte.
“E Raul?” chiederanno i cinofili che si sono appassionati alle avventure di cane e carrellino descritti nella puntata precedente.
Il prode boxer ha assecondato di buon grado la mia scelta di salire quella specie di “cima Coppi”, trotterellandomi al fianco e spesso, troppo spesso, fingendo di fermarsi per un impellente bisogno pur di consentirmi di tirare il fiato. Non so cosa pensasse di quella deviazione turistica, non mi diede modo di capirlo.

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Arrivati in cima si disinteressò al tempio neo-dorico. Probabilmente nessuno degli olezzi in quel luogo era nelle sua lista di priorità olfattive che, in ordine decrescente di importanza, erano: sessuali, alimentari, diuretiche e lassative. Si mise a scorrazzare in lungo e in largo sulla spianata antistante il monumento. Alcuni dei turisti lì attorno sembravano infastiditi dalla curiosità del cane fulvo che si aggirava libero e che voleva socializzare con chiunque gli capitasse a tiro.

Lo richiamai vicino a me.
Poteva mancare un metadialogo tra me e Raul anche in quella occasione?
“Per essere un cane che ha studiato mi sembri disinteressato e superficiale di fronte alla Storia!” osservai severo.
Non sembrò impressionato dalla paternale (si fa per dire), ma si accucciò disciplinatamente al mio fianco.
Dopo qualche minuto alzò su di me il suo muso rincagnato e i suoi occhi espressivi.
“Questo Ludwig aveva dei cani?” metachiese inaspettatamente.
Rimasi interdetto.
“Beh, sì, credo di sì”, risposi fingendo una sicurezza che non avevo ”so che era un cacciatore, ne aveva certamente più di uno”.
“Quanti maschi e quante femmine?” metapprofondì inesorabile.
“Ehm, no lo so…” balbettai.
“Per essere un umano che ha studiato mi sembri disinteressato e superficiale di fronte alla Storia!” metasentenziò.
Avvilito potei solo rilevare che non aveva posto metadomande sulla razza. Questa è un’idiozia a cui badano solo gli umani.

I cani hanno ben altri più elevati interessi e valori.

 

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A proposito dell'autore

Marco Zuccari dopo una carriera in ambito tecnico, ha virato verso attività umanistiche amatoriali: attore, presentatore, cantante di coro, fotografo e scrittore. È ciclista ma solo per vacanze avventurose. Da una prima pedalata in India è nato un fortunato libro, La ferocia della capra, e, recentemente, è uscito il secondo, Bicincina. Entrambi catturano il lettore per l’ironia con cui l’autore narra le proprie avventure turistico/sportive.